1. Lo stress uccide l’apprendimento

    L’ippocampo, che si trova nel mesencefalo vicino all’amigdala, è l’origine centrale dell’apprendimento. Questa struttura ci permette di convertire i contenuti della «memoria operativa» (nuove informazioni conservate brevemente nella corteccia prefrontale) in una forma a lungo termine destinata all’immagazzinamento. Questa azione neurale è il cuore dell’apprendimento. Quando la mente collega l’informazione con ciò che sappiamo, siamo in grado di riportare alla mente la nuova conoscenza a distanza di settimane o anni.

    La conservazione continua dei ricordi richiede un eccesso di attività neuronale. Per l’appunto, gran parte della neurogenesi (la produzione di nuovi neuroni e la creazione di collegamenti con gli altri) ha luogo nell’ippocampo. […]

    L’ippocampo è particolarmente vulnerabile al continuo stress emotivo, a causa degli effetti dannosi del cortisolo. Sotto stress prolungato, il cortisolo attacca i neuroni dell’ippocampo, rallentando la velocità con cui nuove cellule vengono aggiunte, o addirittura riducendone il numero complessivo, con un impatto disastroso sull’apprendimento. […]

    Il cortisolo, se da un lato intralcia l’ippocampo, dall’altro stimola l’amigdala, spostando l’attenzione sulle emozioni che proviamo e riducendo la capacità di assimilare nuove informazioni. Ci rimane impresso quello che ci turba. Dopo una giornata in cui è precipitato nel panico per un’interrogazione, uno studente ricorderà i momenti in cui ha fatto scena muta molto meglio di qualsiasi altra parte dell’interrogazione.

    da Intelligenza Sociale, D. Goleman, Bur 2006 - p. 275

     
  2. Emily Levine’s theory of everything

    Philosopher-comedian Emily Levine talks (hilariously) about science, math, society and the way everything connects. She’s a brilliant trickster, poking holes in our fixed ideas and bringing hidden truths to light. Settle in and let her ping your brain.

     
  3. Numeri di protocollo

    Gradevole come lo squillo del telefono tra il tepore delle coperte, la chiamata alle armi del messo comunale definì l’inzio della mia vita post-scolastica. Quasi divertito, nell’incoscienza di quegli anni, inforcai la bicicletta alla volta della caserma per conoscere il parco giochi dove celebrare il rito di iniziazione per l’ingresso in società: una scelta, obbligata certo, ma non la solita scappatoia dal militare fatta tra visite a Baggio o rinvii universitari; obiettore di coscienza di nome e di fatto, così accettai di buon grado la mia sorte che si sarebbe compiuta in una località sconosciuta perfino all’appuntato che la lesse divertito.
    Atlante alla mano, i miei piani di conquista del mondo furono proiettati al limite dei settanta chilometri oltre ai quali poter chiedere l’avvicinamento: nel cuore della Val Brembana, Zogno al secolo; terra verde, non solo politicamente.
    Come da tradizione fu mia madre a squarciare il silenzio con la sirena di un timido coprifuoco: vedere il suo bimbo partire per il fronte anziché per comode e più usuali mete locali causò la meticolosa pianificazione di ogni aspetto logistico, dal bucato al rifornimento di biscotti per sopperire a cali di zucchero e affetto.
    Dopo i primi approci telefonici al Comune per richiedere un alloggio in cui soggiornare, arrivò il giorno della partenza, come in un film anni ‘60: sacca in spalla, ciao del babbo e via sulla corriera. Assomigliò a un abbandono nelle prime luci di un’alba grigia, alle mie paure, reiterate ad ogni cartello di una località sconosciuta.
    Il soldatino riuscì ad arrivare indenne al Municipio, sedersi di fronte alle massime autorità indigene e decidere insieme al suo futuro compagno di merenda cosa fare dei prossimi mesi: “Biblioteca o servizi sociali?” chiese il segretario, “Biblioteca!” risposi. “Ok, ragioneria al mattino e biblioteca al pomeriggio”.
    Uhm. L’opzione “ragioneria” non era contemplata in principio, le carte così rimescolate ebbero un sapore strano e poco gradevole.

    Ero già allora una periferica del mio pc, per limitare traumi comprai online il mio primo portatile e grazie alla connessione a pochi kilobites di un cellulare gsm cominciai a frequentare un newsgroup sull’obiezione di coscienza in cui scoprii il termine spauracchio di ogni ente: “progetto”.
    L’obiettore, considerato lo schiavo del Comune fin nelle più recenti boutade del Cangili, era in realtà chiave di volta di un sistema progressista di sviluppo e ricerca a cui affidare compiti nuovi per migliorare la vita della comunità, non per sostituire personale risparmiando su costi di assunzione. La sua presenza nell’ente doveva essere pianificata secondo delle attività volte a un servizio -fosse stato pure smistare rifiuti- sperimentale ed aggiuntivo all’esistente.
    Illuminato, contattai l’Associazione Obiettori Nonviolenti; con un avvocato elaborammo il piano B e cominciai a manifestare il disappunto al mio responsabile.
    Mi fece sedere e, come si parla al primogenito, guardandomi negli occhi si strofinò le mani dicendomi: “Vedi, qui… una mano lava l’altra. Eh?”.
    Al suo sguardo conciliante risposi ingenuamente: “Eh? che vuol dire?”.
    Ecco come la brezza leggera di un ventenne dovette mescolarsi per la prima volta al fetido squallore di capetti senza volto e valore.

    Quache numero di protocollo ancora, poco ci volle per capire che non sarei stato ascoltato; quindi, corrazzato nella mia giacchetta rossa, mi inerpicai su scale più ripide di gradino in gradino; il fiato aumentava e non di meno la determinazione; raggiunsi la sala del responsabile e sparai un colpo netto: “Io qui non vengo più, resto in biblioteca e non faccio sostituzione di personale” consegnando il primo dei molti fogli scritti a mano e timbrati con tanto sangue alla testa.

    In biblioteca le ostilità proseguirono nel semplice servizio all’utenza, rifiutando mansioni da impiegato, o il battere al computer i proclami di qualche assessore che teneva più alla grandezza dello stemma del Comune che alla correttezza ortografica.
    Per mancanza di personale cambiarono orario alla biblioteca, ma non a me, sembrò quasi un dispetto: rimasi un mattino di ogni settimana da solo, in mezzo a tutti quei libri; pensavano veramente mi annoiassi?
    Fu l’unica rivincita nell’attesa dell’arrivo de “il generale dell’Ufficio Nazionale del Servizio Civile”: richiestissimo dall’avvocato, spauracchio in Comune; non ne varcò mai la soglia.

    A casa pensavano già alle arance da portarmi a Peschiera, fui un esagitato per gli amici, tra loro uno solo si schierò netto dalla mia parte; così, mentre l’altro obiettore portava pacchi di carta su e giù per il Municipio nonostante le stampelle per un ginocchio da operare, sentivo il peso della città e mi rintanavo la sera in un appartamento vuoto.
    Se il torto non lo avevo nella forma, mi veniva attribuito nella sostanza; me lo fece notare un obiettore del luogo che ai suoi tempi aveva fatto capolino: provocavo un disservizio nella cittadinanza estranea ai miei contrasti con l’amministrazione. Valsero a poco le mie quattro proposte di progetto e beffa fu vederne assegnata una ad un pischello, capitato lì per riparare a un anno scolastico disastroso, quando non occupato ad intrattenere le amiche o fracassarmi gli orifizi.

    Un altro ente mi propose un trasferimento: un giovane vicino alla mia sede a loro assegnato avrebbe volentieri fatto cambio con me per la gioia di tutta l’amministrazione; commisi nuovamente l’errore di chiedere un progetto. Non ne seppi più nulla, però assunsero un’altra persona: stava un po’ in ragioneria, e un po’ in biblioteca; a volte il caso….
    I giorni si alternavano uguali senza troppi numeri di protocollo, tra questi ricordo ancora quel Ferragosto del Duemila, forse il giorno più bello della mia vita: un’arietta fresca tra le tapparelle ventilava il locale mentre -dopo due piatti di lasagne cremose- ero assorbito da un videogame, senza nulla, senza nessuno, senza pensieri, sereno in una tranquillità spoglia di desideri.

    Qualche mese dopo, tra il saluto di pochi, salii per l’ultima volta sulla corriera, felice romanzavo nel parabrezza -ancor più che in questo testo- i giorni andati senza vittorie o sconfitte.
    Ero inconsapevole di quanto quell’esperienza fosse stato l’avvertimento di ciò che che avrei dovuto affrontare anni dopo, curva dopo curva, frenando entusiasmi e speranze da un malcostume che nell’amministratore della cosa pubblica è solo la proiezione di comportamenti considerati forse discutibili, ma accettati o condivisi da una maggioranza silenziosa.
    Ed il silenzio educa alla forma facendo crescere ben altra sostanza, complice nella falsa sudditanza all’autorità. La miopia ignorante del sindaco di turno è solo il dito, la luna è la connivenza nell’usare persone facendosi scudo con motivazioni troppo deboli se paragonate al valore di un gesto e delle sue conseguenze. Ma l’ovvio si fa filippica, la società se ne compiace, e lentamente muore; come chi non ci sta, da solo, in una camera o su una corriera, o chissà dove.

     
  4. Barry Schwartz on our loss of wisdom

    “A wise person is like a jazz musician, using the notes on the page, but dancing around them, inventing combinations that are appropriate for the situation and the people at hand.”

     
  5. Cosa conta nella vita, Norberto Bobbio

     
  6. Larry Lessig on laws that choke creativity

     
  7. Peter Eigen: How to expose the corrupt

     
  8. Hanno perfino usato il termine “chiavetta”!!! In un testo di legge ufficiale per indicare formalmente una memoria di massa a stato solido; sono ignoranti oltre che dei delinquenti di primo pelo, perchè questa è apologia di reato bella e buona: “consiste nell’apologizzare, cioè nell’esaltare o difendere pubblicamente un’azione riconosciuta reato dalla legge della nazione in cui si vive” (Wikipedia).

    Come accade per gli studi di settore che sono gabelle per gli onesti, così, visto che a “pensar male ci si prende” facciamo pagare un compenso che ripaga di copie fraudolente e legalizza l’illecito della copia pirata.

    L’infamia peggiore di queste leggi, che continuano -un decreto dopo l’altro- qualunque parte politica sia al governo, è la diseducazione viscerale della popolazione, quindi l’abbattimento sistematico di ogni speranza di cambiamento: il “giusto” è chi “fotte”, il successo è lo status ed adeguarti una buona norma.

    Il disadattato un tempo lottava per un’alternativa al perbenismo borghese, fatto di cerimonie e false intenzioni, diventando asociale fino alla degenerazione nel crimine. Oggi è giusto l’opposto: la richiesta perentoria di rigore e rettitudine, il rifiuto per la truffa e l’inciucio. L’interesse per le conseguenze delle proprie azioni. L’empatia e le emozioni: l’educazione emotiva è forse il gesto più rivoluzionario che ci rimane.